Il barbone
bacco baccanels - aprile 2002
Sulla banchina della stazione di Genova a
mezzanotte, ad aspettare il treno, io e un barbone.
Nella mano destra porto una borsina di
plastica con due asciugamani e l'astuccio con rasoio, dentifricio
e spazzolino, nella sinistra ho il sacchetto dei panini.
Il barbone ha una gamba sola e si appoggia a
due stampelle. E' lì che borbotta, sembra ce l'abbia con
qualcuno.
Arriva il treno, marrone di ruggine. La porta
del secondo vagone di testa si ferma davanti a me e al
barbone.
Scende il controllore: "Genovartenzaimmediatalocalefermattuttentimiglia!"
Chiedo: "Ferma ad Albenga?"
Risponde: "Parte subito. Tutte fino a
Ventimiglia, signore".
Faccio per salire quando sento il barbone che
si lamenta: "Non ce la farò mai a salire con una gamba sola.
Mi servirebbe aiuto per prendere il treno".
Mi giro e prendo il barbone sotto braccio,
gli levo una stampella e la butto sul vagone. E' pesante e puzza:
il barbone, non la stampella.
Ci sono tre gradini alti, lui si appoggia
all'altra stampella da un lato e a me dall'altro. Poi agita la
gamba solitaria cercando di raggiungere il primo gradino.
Dopo essersi gustato la scena a lungo, con
impietosi occhi da rettile, il controllore scende ad aiutarmi e
poco dopo, tutti e tre siamo a bordo.
Il barbone fa: "Mi avete fatto male. E'
il modo di aiutare uno con una gamba sola?". Il controllore
alza un sopracciglio, si gira e se ne va, nel posto dove vivono i
controllori.
Io lascio l'ingresso e apro la porta del
vagone. Luce blu fredda e odore di piedi, poche persone: operai
delle imprese di pulizia, militari, una suora.
Mi siedo in un blocco da quattro ancora
vuoto. Il barbone mi segue e si siede davanti a me e si accomoda
stirando la gamba.
Il treno parte e per quasi un'ora non succede
nulla, tranne l'agitarsi del barbone, che non trova una posizione
comoda e s'addormenta e poi si sveglia, ogni volta spostando le
stampelle e girandosi per trovare una posizione migliore, fino a
svegliarsi del tutto.
Una volta sveglio, il barbone ricomincia:
"Questo treno è uno schifo e tu e quell'altro scemo mi avete
fatto salire! Se stavo giù adesso ero seduto bello comodo sulla
panchina."
Un sottotenente del battaglione logistico,
che riconosco dalle mostrine, alza la testa e ci guarda. Una suora
alza gli occhi da una rivista di pesca con la mosca e ci
guarda.
Dico al barbone: "Sei tu che hai chiesto
di aiutarti a salire".
"Non è vero", piagnucola,
"Siete voi che mi avete preso e buttato su questo
treno!"
Il sottotenente si accomoda meglio e la suora
chiude la rivista. Mi rendo conto che per loro io e il barbone
siamo una cosa sola.
Mi accorgo di come mi guardano, in effetti,
io non sono in gran forma. Con questi vestiti, la borsa di
plastica e il sacchetto dei panini è facile dare un'impressione
sbagliata.
Tra me e il barbone c'è solo una gamba di
differenza. Questo penso, e non mi piace.
Per distrarmi, apro il sacchetto e prendo i
panini che ha preparato mia madre. "Ne vuoi?" Dico al
barbone, a voce alta, e lui ne prende uno.
Un altro uomo, che sembrava addormentato,
alza la testa e ci guarda, aggiungendosi al nostro piccolo
pubblico.
Mastichiamo piano e guardiamo fuori dal
finestrino. Non si vede niente: solo il riflesso di due facce che
ruminano piano.
Il barbone tossisce. "Il pane è secco,
a momenti mi soffoco. Che schifo di panino mi hai
dato".
"Mangia che è buono, quel panino lo ha
fatto mia madre", rispondo alzando un sopracciglio in
direzione del pubblico.
Ora mi sento più padrone della situazione,
è chiaro che io mi sto prendendo cura di lui. "
Ah, allora è colpa di quella zoccola se sto
morendo soffocato!", sputa fuori il barbone, insieme a
briciole di pane umide che si attaccano al finestrino.
Respiro forte e mi sento bruciare la faccia
dalla rabbia.
Non riesco più a mantenermi calmo e sbotto:
"Adesso basta, mangiati quello schifo di panino e falla
finita, capito?"
Il barbone mi guarda con gli occhi lacrimosi
e tace.
Ha vinto lui.
Il sottotenente mi guarda con rimprovero e la
suora riprende a leggere scuotendo la testa.
Gli altri, che non riesco a vedere in faccia,
mi comunicano disapprovazione con la loro posizione, con il loro
respiro, che sembra più pesante di prima.
Guardo l'orologio imbarazzato, mi alzo,
prendo le mie cose e mi sposto verso l'uscita, dove almeno non
c'è nessuno.
Chiudo alle mie spalle la porta del vagone,
per lasciarmi alle spalle l'intera scena.
Non mi accorgo del controllore, che dietro le
mie spalle, ride.
"C'è da ridere?", chiedo.
"Sì, lo sa, stiamo per arrivare…"
"E allora?".
"C'è sempre da ridere quando si arriva
da qualche parte."
Non lo capisco, ma il treno si sta fermando e
non ho più tempo per scherzare.
Scendo alla stazione. E' molto buio e in giro
non si vede nessuno. Con calma, cammino sul marciapiede diretto
verso l'uscita.
Vedo una figura piccola sotto un pannello che
dovrebbe essere il tabellone degli orari, appeso fuori dalla
stazione.
La cosa si agita e salta. Da lontano, sembra
un cane in equilibrio sulle zampe posteriori, con le zampe davanti
appoggiate al muro.
Curioso, mi avvicino.
La piccola figura non è un cane, è un nano
che sta cercando di leggere l'orario del treno senza riuscirci: il
tabellone è appeso troppo in alto.
Mi fermo e gli dico: "Amico, guarda che
fino alle cinque da qui non passa più niente".
Il nano si gira e mi risponde: "Amico un
cazzo, chi ti ha chiesto qualcosa? Ce la faccio benissimo anche da
solo!"
Rimango a bocca aperta, cercando le parole.
Poi, tiro un sospiro e prendo la mia strada verso il paese.
Tra le labbra, una sigaretta mi distende i
nervi. Tra i denti, un vaffanculo mi fa compagnia. Brrr!, fa
proprio freddo stanotte.
baccobaccanels - aprile 2002
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